Ingegnere o ingegnera? Il rispetto prima di tutto - Milena Stanisci racconta la “sua” Pilkington
 
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    Palizzi Interviste 24/11/2018 24/11

    Ingegnere o ingegnera? Il rispetto prima di tutto

    Milena Stanisci racconta la “sua” Pilkington

    Ospiti della giornata assieme a Milena StanisciIngegnera o ingegnere? Il femminile o il maschile non fa di certo la differenza quando in un ambiente di lavoro la professionalità e la competenza vengono messi al di sopra di tutto, anche della differenza di genere. In occasione dei 100 anni del gruppo Pilkington, attraverso l'intervista all'ingegnere Milena Stanisci, si delinea il ritratto di una multinazionale che ha fatto dell'integrazione, del rispetto della diversità e dello spirito di gruppo i suoi punti di forza, anche quando di differenze di genere e di quote rosa, nessuno ancora parlava. È così che nello stabilimento di Piana Sant'Angelo, come negli altri siti produttivi sparsi in tutto il mondo, il fattore umano conta. E conta non meno di fatturati e commesse.

    D- Ingegnera o ingegnere Stanisci, ci vuole raccontare come è iniziata la sua avventura nel gruppo?

    R-Ho iniziato la mia avventura in questo gruppo che inizialmente si chiamava SIV, trent’anni fa. Mi presentai come una giovane ingegnera meccanica ed iniziai svolgendo un lavoro tecnico che portai avanti fino al ’94. Mi è cara questa data perché la società decise di rimpiazzare le risorse umane di allora promuovendo un test attitudinale per tutti, indistintamente dal sesso.

    Feci questo test e, dopo averlo superato, mi nominarono team leader in fabbrica. Inizialmente fui a capo di un gruppo ristretto di operai, ma dopo poco tempo divenni il punto di riferimento di circa di trecento lavoratori con ulteriori team leader subordinati a me.

    D- Come reagirono gli operai, per la totalità uomini, nell'avere una donna come capo?

    R- Apprezzo la domanda perché la loro accoglienza è stata quanto di più bello che mi sia mai capitato. Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, gli operai dello stabilimento mi hanno adottata. Mi hanno insegnato il mestiere, hanno avuto pazienza ed erano emozionati quando li salutavo con un semplice “buongiorno”. Io li rispettavo e loro rispettavano me. Abbiamo instaurato un rapporto straordinario, tant’è che quando si verificavano problemi in fabbrica mi chiamavano a casa ed anche alle 2 di notte mi recavo sul posto per prendere visione del problema. Io non ero in grado di riparare le linee produttive che si rompevano, ma il fatto di esserci invogliava gli operai ad esserci anche loro. E prima o poi giungeva qualcuno che sapeva aggiustare il macchinario.Davanti a tanta collaborazione e spirito di squadra, posso fieramente affermare che non c’è stata alcuna barriera nel mio ingresso in un ambiente prettamente maschile.

    Poche domande ed altrettante incisive risposte che però hanno colto nel segno. A cento anni dalla sua nascita, uno dei messaggi più incisivi del gruppo NSG, al di là di ogni barriera fisica e mentale, è che la squadra è importante ma bisogna che venga guidata. Non importa se a farlo sia un uomo o una donna. Un vero capo sa ascoltare ma più di tutto deve saper delegare.

    di Alessio Roselli

    di Diletta Argirò


    Parole chiave:

    concorso pilkington

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