Gli schiavi di Hitler - Antonio Bruno, classe 1922, è un sopravvissuto degli Internati Militari Italiani
 
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Mattei Interviste 28/02 28/02

Gli schiavi di Hitler

Antonio Bruno, classe 1922, è un sopravvissuto degli Internati Militari Italiani

Il signor Antonio Bruno, sopravvissuto degli IMISolo poco tempo fa abbiamo celebrato la Giornata della Memoria per non dimenticare quanto è accaduto al popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale. Ad essere oggetto delle ingiustizie compiute dai nazisti non furono solo gli ebrei ma anche rom, disabili, malati mentali, omosessuali, vagabondi e chiunque fosse contrario al regime.

Nella memoria storica del nostro Paese ha, però, fatto fatica a farsi strada un’altra vicenda, quella degli Internati Militari Italiani (IMI) nei campi tedeschi.

La storia degli IMI ebbe inizio l’8 settembre 1943 con l’Armistizio di Cassibile. I soldati italiani furono sorpresi dalla cessazione delle ostilità contro gli Alleati e vennero catturati dalle truppe tedesche. Furono rinchiusi nei campi di concentramento sparsi in Europa e vennero definiti “internati di Hitler” per non rispettare la tutela dei prigionieri di guerra prevista dalla Convenzione di Ginevra.

Si rifiutarono di collaborare con il nazifascismo e vennero destinati come forza lavoro per l’economia del Terzo Reich. Sottoposti a un trattamento disumano, molti persero la vita e chi riuscì a sopravvivere rimase segnato per sempre. Gli Internati Militari Italiani (8 settembre 1943)

Oggi i protagonisti di quelle vicende sono rimasti pochissimi, uno di loro è Antonio Bruno, classe 1922, di Roccaspinalveti, che ha voluto condividere con noi la sua esperienza in un’intervista.

D: Quando partì per la guerra?

R: Fui chiamato alle armi il 30 gennaio 1942 e fui inviato a Pola nel 154° Reggimento di Fanteria. Mi ero appena sposato e mia moglie aspettava un bambino.

D: L’8 settembre 1943 ci fu l’Armistizio, cosa successe?

R: Rimanemmo senza ordini e non si riusciva a contattare il Ministero. Il comandante dopo qualche giorno ci lasciò liberi dicendo di arrangiarci come meglio potevamo. Decidemmo di imbarcarci a Fiume, ma prima di giungere al porto vedemmo che stavano bombardando le navi.

D: Allora cosa decideste di fare?

La croce di guerra ricevuta al ritorno in ItaliaR: Ci dirigemmo a piedi verso Trieste, ma al bivio di Aurisina il 14 settembre fummo catturati dai soldati tedeschi, che ci deportarono in Germania.

D: Ricorda il suo campo di concentramento?

R: Si trovava in Germania, qui restammo poche settimane. Passavamo la giornata quasi interamente in piedi, tra le adunate e le file per ricevere colazione e rancio. Il cibo era a base di patate, rape e cavoli, in realtà si trattava di una semplice brodaglia in cui solo i più fortunati trovavano qualche pezzo di verdura. Si dormiva in baracche, solitamente per terra.

D: E dopo cosa è successo?

R: Ci trasferirono in una fabbrica dove si lavoravano lamiere. Qui le condizioni erano leggermente migliori, le baracche avevano letti a castello e ospitavano solo trenta persone, anche se condividevamo la stanza con pulci e cimici. Il lavoro era pesante, restavamo in fabbrica dodici ore al giorno per sei giorni a settimana. Ci hanno chiesto più volte di andare a combattere nelle file dell’esercito tedesco e, in seguito, di arruolarci con la Repubblica di Salò, ma abbiamo sempre risposto di no.

D: Perché ha risposto di no?Il 'merito di guerra' del signor Bruno

R: Perché io appartenevo alle forze armate dello Stato Italiano e non volevo far parte di un esercito fascista comandato da Mussolini.

D: Come è continuata la vita in fabbrica?

R: All’inizio venivamo pagati con dei buoni ma, dopo un accordo tra Hitler e Mussolini, diventammo “lavoratori civili” e quindi iniziarono a retribuirci con dei marchi e ci permisero di andare al lavoro senza le guardie di scorta. Lavoravamo senza alcuna norma di sicurezza, infatti durante il lavoro in fabbrica una pressa mi schiacciò una mano e in ospedale mi amputarono tre dita. Al rientro i tedeschi mi cambiarono mansione e mi mandarono in cucina, dove lavorai come cuoco alla presenza di un caporal maggiore col quale feci amicizia. Questo mi permise di aumentare le dosi del rancio per i miei compagni e pagando riuscii anche ad ottenere dei fusti di birra.

D: Come avvenne la liberazione?

R: Una mattina del gennaio 1945 alzandoci vedemmo che tutti i tedeschi erano spariti, da lì a poco arrivarono i russi che ci fecero uscire dal campo, ma ci portarono con loro. Marciammo a piedi fino in Polonia, al freddo e senza cibo, sopravvivemmo con gli avanzi dei Le figlie della famiglia polacca che ospitò Brunosoldati. Si dormiva in rifugi di fortuna come capannoni agricoli abbandonati. I soldati russi ci lanciavano pietre chiamandoci, con disprezzo, “Mussolini”. Una volta giunti in Polonia, mi permisero di lavorare presso una famiglia che coltivava fiori, davo lavoro in cambio di cibo. Rimasi lì per sette mesi, ad inizio ottobre potemmo partire per tornare in Italia.

D: Come fu il ritorno?

R: Viaggiavamo in un vagone che veniva posteggiato su binari morti e che veniva agganciato solo di notte, dopo che erano già transitati i treni passeggeri e quelli merci. Impiegammo quindici giorni per arrivare a Bologna, dove presi il treno per Vasto e poi a piedi fino a Roccaspinalveti. Sul treno, in Polonia, incontrai anche un ebreo diretto in Palestina, aveva lavorato nei forni crematori e collaborato cAntonio Bruno durante l'intervistaon i tedeschi, al momento della liberazione era riuscito a portar via due valigie piene di fotografie che mi mostrò durante il viaggio, me ne ricordo una in particolare nella quale un tedesco stava facendo tiro a segno con un bambino. Solo allora venni a conoscenza degli orrori compiuti in quegli anni.

D: Cosa ha trovato una volta a casa?

R: Ritrovai mia moglie e mia madre che non avevano più avuto mie notizie da due anni, un figlio di quasi quattro anni che mi riteneva un estraneo e non mi voleva in casa e un fratello adolescente. Cercammo di ricominciare a vivere e a ricostruire il Paese, la svolta di tutto avvenne con il Referendum del 2 giugno 1946, quando mandammo via il Re e instaurammo la Repubblica.

La tragica vicenda degli Internati Militari Italiani fu subito dimenticata. In patria furono accolti con indifferenza e diffidenza, loro stessi non hanno parlato della loro vicenda. Solo a metà degli anni ’80 gli storici hanno iniziato ad occuparsene, rendendo il giusto omaggio ai 650mila uomini che hanno contribuito a portare la democrazia in Italia.

                                                                                                                                     Dalila Orlando


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